L’imbarazzo del 9 Maggio.

Ogni 9 Maggio provo a formulare pensieri incisivi per ricordare Peppino Impastato e Aldo Moro, uccisi per e in nome di chissà chi. Ci provo ma mi ritrovo in imbarazzo. Quell’imbarazzo che si palesa ad ogni triste commemorazione di chi è caduto in nome di un ideale, in nome della giustizia, in nome di qualsiasi forma di libertà. Quell’imbarazzo che nasce dall’amara riflessione che il loro esempio non sia bastato affinché tutti alzassero la terra . Quell’imbarazzo, che diventa cocente, vedendo come il loro insegnamento venga ostacolato da una società, quella italiana, incapace di comprendere determinati ragionamenti fino in fondo:

Peppino voleva dimostrare che non sempre la mela cade vicino all’albero; che la mafia è una montagna di merda e bisogna cercare di disinfettare l’ambiente per combatterla, non turarsi il naso; che la bellezza è il vero antidoto per salvare il mondo dall’indifferenza morale e sociale.

Aldo Moro riteneva doveroso porre lo Stato al centro di qualsiasi interesse particolare, cercare il dialogo istituzionale e democratico per trovare soluzioni concrete, nell’interesse di una crescita collettiva.

Ma troppi hanno preferito convivere con la mafia, inalando a polmoni aperti il tanfo di sterco. Tanti di questi sono spesso uomini di Stato, o meglio fingono di esserlo. Le memorie di Peppino e Aldo ricevono lo schiaffo più duro quando lo Stato e la Mafia tentano di scendere a patti, mentre attorno è silenzio. Un silenzio che non ha ancora permesso davvero di chiarire chi siano i responsabili delle loro morti. Un silenzio che non sa d’imbarazzo, ma di assenso. E questo silenzio uccide tutto ciò per cui Peppino e Aldo hanno sacrificato le proprie vite: la bellezza, il dovere, l’onestà, gli ideali.

Peppino e Aldo erano due uomini del Sud che, credo, si sentissero prima di tutto italiani. Poco importa se non potessero andare in vacanza, perché troppo concentrati nelle loro battaglie. Non lo potevano sapere che quarant’anni dopo, il giorno prima dell’anniversario delle loro morti, una parlamentare avrebbe infangato tutti gli uomini del sud, ritenendoli dei poveri sfaccendati.

Ogni 9 Maggio provo imbarazzo ma, poi, mi consolo. Perché per fortuna mi accorgo di appartenere ad una generazione che, grazie agli esempi di Peppino, di Aldo, di Giovanni, di Paolo e tanti altri come loro, si rende conto che corruzione, mafia e illegalità non sono fenomeni naturali e vanno contrastati. E mi accorgo che, per onorarli davvero, non servono belle parole da dedicare ma tentare di applicare nella quotidianità ciò che loro ci hanno lasciato in eredità.

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Marco Maggiore

Classicista per vocazione, Interista per passione. Ama scrivere un po' di tutto. Sogna ancora di fare l'insegnante, nonostante i propri insegnanti gli abbiano detto di non sognare.

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