Tutta colpa sua

Quando il peso di un errore collettivo ricade sulla folla, è più semplice che la folla allontani la colpa riversandola su un solo individuo. In una settimana abbiamo assistito per tre volte ad un meccanismo tipicamente italico, secondo il quale basta la morte o l’allontanamento del carnefice per scagionare giudice e giuria.

 

Nel primo caso, a ben vedere, la definizione di carnefice è la più adatta per identificare Totò Riina. Il più efferato boss di Cosa Nostra muore dopo 24 anni di prigionia e senza aver mai mostrato alcun segno di pentimento o anche solo la volontà di collaborare con la giustizia. Naturale che la notizia del suo decesso divenisse materia di commenti e post sui social, cassa di risonanza dell’umore e del pensiero per ogni cittadino del ventunesimo secolo; naturali i commenti di chi crede che con la scomparsa di un criminale si possa liberare spazio per la legalità, soprattutto quando quel criminale ha ucciso uomini, donne e bambini innocenti per raggiungere perversi obiettivi personali; naturali che qualcuno abbia potuto ipotizzare una minore incidenza della mafia in questo paese martoriato.

 

Peccato che questa fantastica illusione sia stata prontamente smentita dalle lodi tessute da alcuni utenti su Facebook, dalle commosse condoglianze alla famiglia o da chi ancora ritiene che almeno i mafiosi di una volta facevano mangiare.

L’illusione dura poco perché ci si rende conto che la mafia è ancora lontana dal morire. Estirpare un’erbaccia, non equivale a bonificare il terreno. Finché sarà diffusa una certa ammirazione per la depravazione criminale di Cosa Nostra, la lotta alla criminalità organizzata non potrà trovare felice compimento.

 

Il secondo caso riguarda invece un altro tratto tipico della nostra cultura popolare: la nazionale di calcio. La mancata partecipazione della rappresentativa azzurra ai mondiali ha ferito profondamente l’orgoglio di milioni d’italiani, privati del gusto di ritrovarsi davanti alla tv con una birra in mano mentre splende alto il sole di Giugno. Ovviamente tutte le responsabilità sono cadute sul C.T. Giampiero Ventura e sul Presidente della FIGC Carlo Tavecchio. Sgombriamo subito il campo da possibili dubbi: entrambi i personaggi non erano adatti al ruolo che gli era stato affidato. Ventura ha ricordato molto quei vecchi professori del liceo, convinti di detenere la verità incrollabile e assoluta. Non ha cambiato piani neppure nel momento del bisogno, innamorato delle proprie idee al punto tale di chiudere gli occhi di fronte all’evidenza; Tavecchio fin dal suo insediamento ha mostrato un’inadeguatezza fuori dal comune, con una dialettica fuori dal tempo e dallo spazio. Figuriamoci se un uomo del genere poteva riformare il calcio italiano.

 

Ma anche nell’universo del pallone, l’impressione è che aver cacciato le due streghe possa bastare a raggiungere gli antichi traguardi. Come se non fosse chiaro a tutti che l’assenza di impianti adeguati, la scelta di consegnare ai procuratori fette di guadagni sempre più golose, la mancanza di una programmazione sui giovani talenti e di scuole federali siano la vera causa del tracollo.

 

Questo però è uno sport ancora più in voga del calcio: sperare che tutti i mali siano concentrati su una sola persona e che, allontanata questa, tutti tornino ad essere candidi e puliti.

 

A cura di Marco Maggiore

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Ignazio Restivo

Bagherese, nato a Palermo il 16-08-1991, studente presso il Corso di Laurea in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche dove ha ricoperto e continua a ricoprire la carica di rappresentante degli studenti presso diversi organi collegiali. Fa dell' associazionismo universitario e della rappresentanza la sua passione più grande; in qualche modo un giovane deve pur tenersi impegnato.

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