A tu per tu con: Ignazio Gagliano

Spesso quando si parla di un musicista si cade nell’errore di non saper distinguere l’uomo dall’artista, le due maschere sociali che un performer è costretto a far convivere in un dissidio interiore.
Noi abbiamo provato a fare quattro chiacchiere con Ignazio Gagliano un musicista nostrano che ha scelto di fare della sua passione il suo mestiere, non senza difficoltà ma fortunatamente senza rimpianti.

La storia di Ignazio e la sua chitarra ha inizio sin dall’infanzia e come molti avvenimenti importanti della vita, il loro incontro ha origine dal profondo bisogno di un’identità.
La stessa identità di cui Ignazio fa oggi il suo punto di forza, genuina e trasparente, la chiave del suo successo con il pubblico.

“Dopo aver frequentato la scuola elementare ad Aspra, i miei genitori mi hanno iscritto alle scuole medie a Bagheria. All’inizio quel periodo non fu affatto facile per me inserirmi all’interno della classe, in quanto i miei amici di sempre mi erano ormai distanti e faticavo ad entrare a far parte del nuovo contesto sociale che mi si presentava davanti. Le giornate trascorrevano tra compiti per casa e un disinteresse totale.
È stato allora che mio padre prese la sua chitarra e me la diede, essendo consapevole delle potenzialità dello strumento che poteva essere determinante anche a livello sociale: fu amore.”

Prima ancora della chitarra, però, l’amore nasce per la musica, la buona musica.

“Il primo 45 giri che feci girare sotto una puntina fu un vecchio album di mio padre. Il lato A era Hey Jude, il lato B, Revolution. Mio padre ascolta solo buona musica”.

Tra Beatles e Pink Floyd venne fuori il suo animo rock oltre mare, mentre sul versante italiano una grande influenza è stata quella di Pino Daniele, tra il blues ed il cantautoriale.

Ignazio da tre anni a questa parte ha deciso di vivere solo di musica, un lavoro appagante, appassionante, ma che inevitabilmente lo porta ad un esaurimento di energie, un meccanismo che egli stesso definisce “usuramento”.

“Esattamente come un qualsiasi oggetto si usura con il susseguirsi delle volte che lo si utilizza, anche noi musicisti ci usuriamo quando siamo impegnati in una performance.
Ad esempio viviamo il vostro amore mentre suoniamo una canzone romantica, ma per forza di cose viviamo anche il nostro stato d’animo che sente l’amore, i sentimenti viaggiano al doppio della velocità, questo ci usura.”

La musica è un linguaggio e come tale Ignazio lo utilizza come chiave di comunicazione.
“La forza dei miei spettacoli è il sapere coinvolgere il pubblico come parte integrante della performance. Per questo non mi piacciono i palchi, stanziano una distanza fisica e psicologica tra il pubblico e l’artista.
Chi suona, canta o recita è sempre e solo un uomo o una donna in carne ed ossa, che non ha nulla in più degli altri per essergli sovrastante durante uno spettacolo.
Il palco tende a mitizzare chi si sta guardando e a me questo non piace. Il pubblico per divertirsi o per godersi una canzone, ha bisogno di entrare in empatia in qualche modo con chi la esegue.”
Diversamente da molti musicisti che preferiscono suonare solo con gli strumenti classici, Ignazio propone anche spettacoli di sola musica elettronica.
“Non solo cambia il modo di percepire la musica, ma anche di pianificare l’intero spettacolo. Si ha la possibilità di avere un repertorio infinito, puoi spaziare più facilmente tra i generi e individuando bene il pubblico che hai di fronte puoi selezionare i brani più adeguati.”
Oggi Ignazio è uno dei musicisti più cercati per serate nei locali, musica per eventi come feste e trattenimenti di cerimonie, ma non è esclusivamente un solista.
La grande esperienza con il gruppo de “i Tossico Divertenti” è stato il via della lunga corsa per cambiare la prospettiva del lavoro con la musica.
“Solo chi fa musica per lavoro come noi può immaginare quanti chilometri abbiamo macinato con i Tossico Divertenti, ma ogni data, ogni serata è stata un’avventura.
Con il gruppo mi sono davvero divertito; noi quando abbiamo cominciato a suonare suonavamo veramente molto spesso il repertorio dei Tinturia. Studiavamo e provavamo talmente tanto le loro canzoni che le conoscevamo meglio degli originali e non è un eufemismo.
Una volta un membro del gruppo mandò una email a Lello Analfino dicendogli che il nostro gruppo era praticamente diventato una loro cover band, la cosa fu talmente apprezzata che mesi dopo, a seguito di una serata in provincia di Caltanissetta, lo stesso Lello ci invitò alla sua festa di compleanno.
Ci vollero ore prima di trovare la villa della festa, ma una volta arrivati, trovammo un palco e gli strumenti già montati, ci esibimmo davanti a tutta la band dei Tinturia al completo.
Però, quando abbiamo cominciato a cantare “fusu e cunfusu”, in pieno tema con l’andazzo della festa, invitai sul palco a cantare con me lo stesso Lello, che però non si ricordava il testo.

È stato uno spettacolo.

Quando mi chiedono se ho mai avuto ripensamenti nella scelta di fare solo il musicista nella vita, io ripenso a tutto quello che la musica mi ha trasmesso, che tutt’ora mi permette di trasmettere, nonostante non sia facile, da tre anni a questa parte non ho avuto nessun dubbio: mi scorre nelle vene e non potrei fare altro, se non questo.”

 

 

MariaTeresa Mineo e Fabio Aiello.

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