PIRLO: UN ADDIO AL CALCIO TRA NOSTALGIA E LEGGENDA

I tifosi sono dei nostalgici, purtroppo o per fortuna nel dna del vero tifoso scorre questa irrefrenabile volontà di miticizzare i giocatori che fanno parte di cicli passati.

Non esiste a mio parere un vero motivo per il quale abbiamo bisogno di paragonare le punizioni di cR 7 a quelle di Platini o il calcio totale di Sacchi al tiki taka di Guardiola, eppure nonostante sappiamo bene che i paragoni restano solo un modo fiacco per continuare a dibattere sulle varie filosofie calcistiche, perseveriamo ad immaginare come sarebbe oggi il calcio se Maradona e Van Basten fossero ancora in attività. Ci diverte.

La verità è che tendiamo a rendere icone i calciatori che amiamo, li stimiamo nel loro periodo di massima forma e tendiamo ad elevare loro al valore di leggende, quando smettono di solcare i campi di calcio.

Un esempio su tutti, quello più recente: Francesco Totti.

Uno dei numeri 10 italiani più forti di tutti i tempi: corsa, dribbling, fantasia, ottimo con entrambi i piedi, un uomo che da solo cambiava il reparto della trequarti offensiva.

A nulla valgono i ricordi di un giovane “pupone” impulsivo ed aggressivo, in quanto durante il suo discorso d’addio, abbiamo negli occhi le giocate d’estro, i gol ed i filtranti precisi al centimetro.

Tuttavia quest’oggi non voglio parlarvi di Totti, ma di un altro nostro beniamino che di passaggi precisi se ne intende ugualmente, se non di più.

Sta per dare l’addio al calcio Andrea Pirlo.

Probabilmente l’ultimo calciatore “icona” in attività che ancora unisce le generazioni dei millennials alle generazioni antecedenti già mature durante gli anni ’90.

Cresciuto nelle giovanili del Brescia, il “maestro” Andrea diventa a 16 anni il più giovane esordiente della Leonessa bianco-azzurra nel 1995.

Dopo una gavetta di circa sei stagioni al Brescia ed una brevissima parentesi all’Inter, nel 2001 un 22enne Andre Pirlo viene notato da Carlo Ancelotti, allora allenatore del Milan, che gli affida il ruolo per cui è nato: regista di supporto davanti la difesa.

Da quel momento la serie A si fregerà di una nuova stella.

Da allora la sua strada comincia a lastricarsi di successi, dopo la rottura del rapporto lavorativo con i diavoli rossoneri, alla veneranda età di 32 anni, con i media che già lo davano come giocatore finito, la Juve di Conte lo riscopre leader di centrocampo e anche grazie alle sue verticalizzazioni, centra quattro scudetti consecutivi, mentre la champion’s league resterà per lui un trofeo solo in rossonero.

Ora, non posso parlare di Andrea Pirlo senza fare riferimento alla nazionale.

Parlando di cosa sia iconico o meno, personalmente quando penso Andrea Pirlo in azzurro, non posso fare a meno di ricordarmi, nostalgico, della scena post-rigori della finale di Berlino 2006.

Grosso che guarda la palla insaccarsi in rete alle spalle di Barthez e la telecamera che stacca sui suoi compagni di squadra a centrocampo: Pirlo che corre con i pugni puntati verso il cielo. Campioni del mondo.

Libidine.

Nonostante la nazionale odierna di Ventura non sia paragonabile alla nazionale di Lippi del 2006, né per organico, né per modulo tattico, noi tifosi, come dicevo prima, abbiamo l’impellente bisogno di dovere speculare sulle scelte tecniche del commissario tecnico.

La magra consolazione dell’1a0 contro l’Albania, non ci soddisfa affatto e tutt’oggi continuo a pensare che nonostante Parolo e Gagliardini siano due mediani di quantità, se al loro posto ci fosse ancora, come allora, Andrea Pirlo, le partite cambierebbero radicalmente.

I media davano per scontato che Marco Verrati fosse una sorta di suo erede naturale, ma ancora noi tifosi dello stivale stiamo aspettando il suo salto di qualità, c’è ancora tempo ma il mondiale è vicino e noi abbiamo bisogno di certezze: speriamo in una forma fisica ottimale, almeno.

Purtroppo la carriera del “metronomo bresciano” si sta per concludere – il prossimo dicembre a quanto pare – negli USA, a New York City e noi qui in Italia, non possiamo fare altro che sperare di ritrovare un altro talento, un altro campione, un altro giocatore che quando batte una punizione ci faccia battere il cuore prima ancora di scoccare il tiro.

“Andrea Pirlo è un leader silenzioso: parla con i piedi.” Marcello Lippi

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Fabio Aiello

Comunicatore, Content Creator, Attore teatrale, Aspirante Grafico. All’apparenza una persona impegnata, si nasconde in realtà un fanatico nerd: giocatore di Ruolo, appassionato di Cinema, Calcio e VideoGames. Dopo la laurea in Comunicazione sta ancora cercando di capire come sfruttare le sue competenze: ammesso che ne abbia davvero.

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