Bonucci non è Pirlo?

Per i tifosi italiani è stato il trasferimento dell’estate. Leonardo Bonucci, uomo immagine della Juventus schiacciasassi, simbolo di quella filosofia di gioco tutta rivolta alla ricerca ossessiva della vittoria, idolo di tutti i bianconeri del mondo passa agli storici rivali del Milan in una calda notte di Luglio.

 

Uno choc per chi fino a qualche settimana prima aveva creduto all’amore eterno verso la maglia, ostentato insieme a quel gesto un po’ burino della mano che gira intorno alle labbra per dire agli avversari di sciacquarsi la bocca. Bonucci è stato senza alcun dubbio tra i protagonisti assoluti dei recenti trionfi bianconeri.

 

Arrivato a Torino sotto buoni auspici, vive una prima stagione disastrosa insieme ai compagni di squadra. La Juventus non ha ancora ritrovato la giusta serenità dopo i fatti di calciopoli e il giovane Leonardo soffre i patemi di un ambiente depresso. Sarà l’approdo di Antonio Conte sulla panchina della vecchia signora a rendere Bonucci uno dei migliori difensori al mondo.

 

Il tecnico leccese costruisce un pacchetto arretrato perfetto, valorizzando le caratteristiche di ogni singolo componente. Protetto dalla brutale forza fisica di Giorgio Chiellini a sinistra e guidato dal senso tattico di Andrea Barzagli a destra, Bonucci si esalta al centro della difesa. I suoi piedi delicati gli permettono di agire da regista arretrato mentre l’affiatamento con i compagni di reparto assorbe alcune lacune, come la scarsa propensione all’uno contro uno o alla copertura degli spazi.

 

In poco tempo Bonucci fa dimenticare gli errori delle prime partite torinesi e diventa uno dei leader dello spogliatoio. Segna anche qualche gol pesante e di pregevole esecuzione, tra i quali si ricorda una sassata in uno Juventus – Roma del 2014. Questa è forse la linea di demarcazione nella carriera del calciatore che da questo momento in poi indossa i panni di supereroe, uno di quelli capaci di risolvere le partite da solo.

 

La crescente autostima porta Bonucci a diventare uno dei leader dello spogliatoio bianconero e della nazionale, con il definitivo exploit agli Europei del 2016. Con il suo mentore Conte nel ruolo di CT, Bonucci guida una nazionale modesta ma grintosa ai quarti di finale. Gli azzurri si arrendono ai rigori soltanto alla Germania campione del mondo. In quel match Bonucci segna un rigore durante i 90 minuti ma sbaglia nella batteria finale.

 

Per sua fortuna il ridicolo balletto di Simone Zaza e la spocchia del belloccio Graziano Pellè permettono che il suo errore passi in sordina. Durante quella finestra di mercato i migliori club della Premier bussano alla porta della vecchia signora, offrendo cifre esorbitanti. Ma Bonucci dichiara eterno amore alla causa bianconera, affermando che si sarebbe legato ai cancelli dello Juventus Stadium pur di non andare via.

 

In un calcio con pochissime bandiere queste parole sembrano miele e burro per i tifosi, ammaliati dal carisma del loro idolo. Però l’amore è eterno finché dura. Dopo la disastrosa finale di Champions persa con il Real Madrid, Bonucci decide che le catene si possono sciogliere.

 

Firma con il Milan, pretende la fascia di capitano dei rossoneri, si lancia in dichiarazioni aggressive, auto-definendosi come uomo spogliatoio in grado di spostare gli equilibri. Gli atteggiamenti sopra le righe, che peraltro lo avevano contraddistinto anche alla Juventus seppur parzialmente giustificati dai trionfi, si spostano dalle interviste al campo.

 

Ai limiti del patetico il discorso motivazionale tenuto ai compagni prima del confronto di Europa League contro il glorioso club macedone dello Shkendija. Come in un b-movie americano sullo sport, Capitan Leonardo chiama a raccolta la squadra e declama un’orazione che nemmeno Massimo Decimo Meridio.

 

Inopportuna la lavata di capo fatta a Ciro Immobile, al termine di una sonora goleada in casa della Lazio. La colpa dell’attaccante napoletano? Aver rischiato di siglare un personalissimo poker e aver azzardato qualche dribbling di troppo.  Strano che a voler agire da moralizzatore sia un calciatore spesso abituato a incitare gli avversari, avvezzo a provocarli sotto la curva. Il che non è di per sé un peccato capitale.

 

Il calcio ha offerto numerosi esempi di uomini amati dalla propria tifoseria ma odiosi alle altre. Montero, Materazzi, Di Canio e molti altri. La differenza sta nella volontà manifestata da Bonucci, che vorrebbe assurgere a simbolo di grinta e carisma a tutti i costi, pretesa mai avanzata da questi giocatori rognosi e antipatici.

 

Quanta differenza con quell’Andrea Pirlo, che ha fatto esattamente il percorso opposto. Da Milano a Torino in punta di piedi, nonostante un palmares ricco di trofei con il club e le nazionale. Vero valore aggiunto per la rinascita della Juventus, ma facendo parlare solo e soltanto il campo, rispettando gli uomini chiave dello spogliatoio, senza bisogno di sbandierare ai quattro venti la propria superiorità.

 

Non si discute sulle innegabili doti tecniche del calciatore ma su quei comportamenti che permettono di distinguere l’uomo prima del campione. Nel calcio, come nella vita, sono i particolari a fare la differenza. E tra fare la figura da Pirlo e quella da pirla ci va nel mezzo sono una vocale.

 

Marco Maggiore

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