Bisogna imparare ad insegnare per essere insegnanti?

 

Bisogna imparare ad insegnare per diventare insegnanti? E’ la domanda che da Aprile 2017 tormenta tutti gli aspiranti docenti italiani, annichiliti dalla nuova riforma varata dal Ministro Paola Fedeli.

 

Le nuove procedure prevedono che i vincitori del concorso per l’insegnamento, prospettato per il 2018, accedano a tre anni di formazione e tirocinio (FIT). Tralasciando il  misero contributo riservato ai tirocinanti – per il primo anno si prevede un contributo mensile di circa 400 euro – e  il farraginoso sistema di esami scritti e orali da sostenere nel corso del triennio,  particolare sgomento desta la necessità di possedere 24 CFU tra materie attinenti il campo della pedagogia, della psicologia, dell’antropologia o della didattica. Tali discipline non erano assolutamente previste dalla precedente normativa, così da non essere incluse nei piani di studio di moltissime facoltà.

 

Immaginate un laureato in chimica, fisica o matematica che si trova costretto a sostenere esami all’università in ambiti disciplinari del tutto diversi dal proprio percorso di studio, pena l’esclusione dal concorso. Come se anni spesi dietro a formule e funzioni non siano stati sufficienti per trasmettere la passione per l’insegnamento né tantomeno per autorizzare i dottori a divulgare la propria dottrina. Ovviamente il  costo per il conseguimento di questi crediti universitari sarà a carico degli aspiranti professori che, non sazi di pagare tasse universitarie di ogni sorta, si premureranno di acquistare le materie extra-curriculari negli atenei italiani.

 

Lo scopo di questa nuova riforma dovrebbe essere quello di avere insegnanti umanamente più sensibili alle esigenze dei ragazzi e capaci di leggere i loro stati emotivi. Non c’è dubbio che le nuove generazioni siano delicate dal punto di vista caratteriale e che un buon professore deve saper sostenere il confronto quotidiano con gli adolescenti. La scuola italiana, complice una classe di docenti poco motivata dalle continue malvesarzioni governative e dai continui tagli all’istruzione, ha spesso mostrato una scarsa attitudine alla formazione personale dei giovani, che vedono lo studio come un giogo imposto da altri.

 

Ma è quantomeno dubbio che la propensione a diventare buoni educatori possa essere affinata leggendo controvoglia qualche manuale di pedagogia o antropologia. Diventare insegnanti, vista l’esiguità degli stipendi e la tortuosità del percorso, è ormai una vocazione. Se questa vocazione viene inasprita da nuovi ostacoli, si rischia di ottenere l’effetto opposto. Con buona pace di tutte le stimabili discipline psicologiche.

 

Articolo pervenuto al ustratunieddu.it da un lettore.

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Ignazio Restivo

Bagherese, nato a Palermo il 16-08-1991, studente presso il Corso di Laurea in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche dove ha ricoperto e continua a ricoprire la carica di rappresentante degli studenti presso diversi organi collegiali. Fa dell' associazionismo universitario e della rappresentanza la sua passione più grande; in qualche modo un giovane deve pur tenersi impegnato.

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